
Ugo Dotti
Il
mondo moderno e Petrarca
Un noto storico svizzero, autore di un’imponente Storia della storiografia moderna, ritenne che Petrarca fosse
talmente immerso nell’antico mondo romano e cosí poco consapevole del tempo suo
(che da un secolo aveva visto affacciarsi con la prima borghesia e il primo
capitale mercantile e usurario la classe antagonista della feudalità) da
esprimersi – cosí scrisse – «come se le antiche bighe romane e le lotte, di
palestra fossero ancora costume generale». La verità è
che – teste il suo epistolario: 42 libri tra Familiari e Senili, 2000
e tante pagine – Petrarca fu tra i protagonisti, e a livello non solo italiano
ma europeo, della storia del suo secolo; che ruppe con l’alta feudalità
ecclesiastica (i Colonna) per avvicinarsi sempre di
piú al sorgente potere laico (i Visconti a Milano o i Carrara a Padova); che
trattò da pari a pari con l’imperatore del tempo, quel Carlo IV di Boemia cui
non risparmiò neppure i piú acerbi rimproveri al cospetto del mondo; che sferzò
a sangue, nelle Sine nomine, i comportamenti eccessivamente temporalistici dei pontefici avignonesi
e bollò con parole di fuoco la loro pervicacia a rimanere nella “Babilonia
infernale” e a tradire pertanto la sede di Pietro e che insomma, fatto il conto
di tutto, impersonò autenticamente la figura del primo intellettuale impegnato,
nel lungo, logorante e anche drammatico passaggio dalla feudalità al “moderno
mondo borghese” (che si concluderà soltanto con la Rivoluzione francese), a
sostenere il nuovo e a cercare di dirigerlo secondo razionalità frenandone gli
eccessivi arbitrî. Ed è proprio in ciò – se mi si intende
– che avvalendosi del recupero della grande moralità classica (lo stoicismo) e
dell’educazione evangelica, riuscí a fondare quella cultura essenzialmente laica
che ebbe poi il nome di umanesimo. E una cultura che, proprio per i suoi costanti agganci con i maggiori nodi storici del
tempo, fu tutt’altro che astratta ma che si pose al
contrario il problema dei doveri dell’uomo su questa terra, quello dei rapporti
tra individuo e società, quello di un vivere che fosse sempre di piú un “vivere
civile” e che infine, e inevitabilmente dati i suoi presupposti terreni (ossia la non dichiarata ma
sottintesa convinzione che la vita dell’uomo non è soltanto una difficile prova
per meritare il cielo ma che essa ha pure una sua autonomia e una sua
indipendenza), liberava o tendeva a liberare l’uomo da una totale soggezione al
trascendente. Si potrebbe dimostrare (e ho cercato anzi di farlo in altri
lavori) che la stessa poesia volgare petrarchesca, quella delle Rime, si impronta
a questa tendenza: i conforti dell’esistenza e la vittoria sulle passioni non
piú, o non soltanto, come dono della “grazia divina” ma come conquista che
l’uomo può ottenere da sé grazie al suo
lavoro poetico: de consolatione
poiesis.
Può tutto questo, e sia pure un poco genericamente, definirsi moderno? è esso in consonanza con i grandi
movimenti innovatori della storia? Due specialisti d’economia politica che al
loro tempo fecero un certo clamore ebbero a parlare della borghesia in termini
storicamente assai elogiativi. Le attribuirono il merito di
aver distrutto, con il suo culto del denaro, le preesistenti condizioni di vita
feudale, patriarcale e idillica; d’aver spietatamente lacerato tutti i variopinti
vincoli feudali che legavano l’uomo al suo superiore naturale; di aver lasciato
tra uomo e uomo nessun altro legame che non fosse quello del freddo pagamento
in contanti; di aver affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri
brividi dell’esaltazione devota, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconia
filistea; di aver disciolto la dignità personale nel nudo valore di scambio.
In una parola: di aver messo lo sfruttamento aperto,
spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni
religiose e politiche. Solo la borghesia – potettero cosi concludere – ha saputo dimostrare che cosa potesse compiere
l’attività dell’uomo e mostrare altresí che il denaro era in grado di
minacciare le piazzeforti dei cavalieri molto di piú della polvere di cannone. E del resto tutto questo, a chi sa leggerlo, è vivacemente e
artisticamente rappresentato, nelle sue varie forme e gradazioni, nell’alta
prosa realistica del “maggior discepolo di Petrarca: il Decameron di Giovanni Boccaccio.
Può dirsi altrettanto per il poeta di Laura? La mia risposta è positiva e, non potendo qui fare altrimenti, cercherò di
giustificarla con un solo esempio, a mio giudizio altamente significativo. A
questo fine il mio invito è a prendere in mano una delle piú belle pagine
latine delle Senili petrarchesche: la parte conclusiva della seconda lettera
del terzo libro.
Siamo nell’aprile del 1363 e Petrarca è a Venezia, al tempo, come tutti sanno, la città marinara per eccellenza e uno dei
motori, sul piano dei traffici e dei commerci, dell’Italia mercantile
dell’epoca. Naturale pertanto che il poeta intendesse
parlare anche di ciò che aveva sotto i suoi occhi, ossia di quell’arte
della navigazione che, per dirla con le sue stesse parole, aveva procurato,
subito dopo la giustizia, l’attuale fulgore della Serenissima (Sen. 2 3 17).
Tale arte compare comunque a Petrarca sotto due
aspetti: da un lato come il simbolo dell’umano progresso e dell’umana curiositas, e ciò
almeno a partire dalla mitica impresa degli Argonauti di cui nella lettera si
tesse, e non certo per nulla, un elogio molto commosso; dall’altro, piú
realisticamente e problematicamente, come un’arte stimolata dalla febbre
dell’oro, legata a rischi e inconvenienti concreti e dettata pertanto da quelle
urgenze commerciali di cui sopra s’è detto e che potevano ovviamente portare,
nella sfrenata rincorsa verso un’eccessiva ricchezza, gravi squilibri sociali e
gravi conflitti bellici per il predominio del mercato (si pensi in proposito
alle guerra tra Genova e Venezia e ai tanti interventi dello scrittore presso i
dogi delle due repubbliche perché cessassero dallo spargere sangue fraterno:
l’intellettuale come mediatore politico).
Qui nella nostra senile, in ogni caso, è l’aspetto positivo
ad avere il sopravvento. La commossa partecipazione per la conquista di nuovi
mondi, già presente nella mitica evocazione della nave Argo, echeggia ora, nel
presente, in una nuova evocazione: quella del reale e storico porto veneziano.
Guarda quante navi — scrive Petrarca al suo corrispondente (§ 20) — sciolgono
l’ancora da questa spiaggia d’Italia; quante ne sono salpate or non è molto nel
pieno del rigore invernale e quante ne salpano oggi, in questa primavera ancora incerta e piú simile al trascorso inverno
che non all’estate che sta per sopraggiungere. Guarda: queste si volgono a oriente e queste a occidente, queste a mezzogiorno
e queste a settentrione. Le une stanno per dirigersi verso le Sirti di Libia; le altre, lasciatesi alle spalle il
monte Calpe e Cadice, verso gli estremi
confini occidentali del mondo. E guarda quest’altre che stanno per oltrepassare la Colchide, il Fasi e i due Bosfori, e non per conquistare, come un tempo, il
leggendario vello d’oro – anche se a spingerle è pur sempre l’oro e l’urger
forte di quei traffici per i quali, attraverso mille vicende e pericoli di mare
e terra, i nostri vini giungono alle tazze
dei popoli della Britannia, il nostro miele a
quelle degli Sciti, il nostro legno ai Greci e agli
Egizi – ma per riportare infine a noi, da tutte queste terre cosí lontane, le
merci piú diverse.
Non c’è dubbio: è un forte palpito d’entusiasmo “borghese”
(nella sua accezione positiva e innovatrice) quello
che scandisce queste righe petrarchesche.
Ma vediamone il momento centrale,
quello in cui lo scrittore, con commossa e somma perizia, raffigura la nuova
Argo veneziana nell’atto del suo salpare (§§ 21 e ss.):
La notte era profonda, il cielo pieno di nuvole e io,
ormai assonnato, ti stavo scrivendo questa lettera. Ero anzi, già
stanco, giunto proprio a questo punto quando fui colpito da un improvviso
vociare di marinai. Come per un riflesso condizionato balzo in piedi e, per
meglio vedere, salgo ai piani piú alti della casa che guarda proprio sul porto.
Dio mio, che spettacolo insieme terribile e attraente, quasi pervaso da un
brivido di religiosità! Qui davanti all’ingresso del porto, ormeggiate al molo
marmoreo, avevano svernato alcune navi che, per grandezza, potevano dirsi pari
al vasto palazzo che questa libera e liberale città ha concesso ai miei bisogni,
ma che in altezza, con la punta del loro albero maestro, superavano di gran lunga le due torre laterali che lo fiancheggiano. Ebbene: ecco che proprio in questo momento la maggiore di queste
navi, mentre il cielo è tutto coperto di nuvole, i venti squassano tetti e mura
e il mare ribolle con un suono quasi tartareo, ecco
che essa viene prendendo il largo. Che Dio la
protegga!
E
subito dopo, proprio a segnare il progresso del presente rispetto al passato:
Stanne
certo: se Giasone e Alcide la vedessero cadrebbero
stupefatti e se mai Tifi dovesse sederne al timone si vergognerebbe del nulla
da cui gli viene tanta rinomanza. Tu stesso non la diresti una nave ma come il
profilo di una montagna che veleggi sul mare, per quanto poi essa, carica quale è di merci, nasconda nei flutti tanta parte del suo
corpo. Essa dunque salpa e si spingerà fino al Don dato che
piú avanti ogni navigazione è impossibile; ma tra coloro che essa trasporta c’è
chi sbarcherà per continuare di nuovo il cammino, superato il Caucaso e il
Gange, fino agl’Indi e ai Cinesi onde giungere da ultimo all’Oceano orientale.
… Quanto a me, fino a quando ho potuto, l’ho seguita con lo sguardo nelle
tenebre della notte.
E qui possiamo fermarci anche noi, forse un poco piú convinti che
in Petrarca l’orgoglio per l’uomo che sa autoeducarsi
e in certa guisa autocrearsi è uno spunto concettuale
e ideologico che con lui cominciò ad agire
in profondità nonostante i tanti divieti e le tante limitazioni imposte
dalla cultura dominante del trascendente. Se questo è
indizio di modernità Petrarca, come del resto
Dante, non fu certo una personalità ancorata ai presupposti dell’antica, e sia pur rilevante, ideologia
medievale.